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Sfide globali ora serve un cambio di rotta
Oggi pomeriggio alle 16,30 terrò un discorso sulla globalizzazione nell’aula magna dell’Università di Firenze (piazza San Marco 4) Su Repubblica ho pubblicato alcune anticipazioni di quanto dirò. Chi vuol venire è ben accetto, ingresso libero. Questo è l’articolo di Repubblica
I computer della Ibm sono progettati nella Silicon Valley, costruiti in Indonesia, assemblati in Francia e venduti in tutto il mondo. Molte imprese hanno delocalizzato le produzioni in Paesi dove i diritti dei lavoratori sono praticamente inesistenti, l´imposizione fiscale esigua, la normativa ambientale deficitaria e il costo del lavoro molto basso. A Berlino, dopo le diciotto il servizio annunci dell´aeroporto di Tegel viene fornito on-line dalla California: lì siamo in pieno giorno quindi non si pagano indennità per il lavoro notturno, inoltre i salari sono più bassi di quelli tedeschi. Molte aziende transnazionali come la Siemens o la Bmw non pagano più tasse nel loro paese. Poi ci sono i nuovi poveri, anche nei paesi ricchi. Negli Usa sono 28 milioni i cittadini che per fare la spesa hanno bisogno del sussidio statale: cifra record nella storia americana, che nel corso dell´ultimo anno è cresciuta di 1 milione e mezzo. Sono solo alcuni esempi di ciò che hanno prodotto questi ultimi anni di globalizzazione.
Nel 1983, quando Theodore Levitt lanciò la parola sulla ribalta internazionale, non esistevano né i cellulari né internet ed era in piedi il muro di Berlino. Questi anni sconvolgenti hanno rivoltato il mondo come un guanto, accorciato lo spazio e il tempo, messo a contatto di gomito civiltà e culture separate e distanti. La velocità e la forza propulsiva della rivoluzione tecnologica hanno posto l´economia in posizione dominante rispetto alla politica, che ha inseguito i cambiamenti ma senza riuscire a tracciare la rotta. Così in anni di globalizzazione è cresciuta la ricchezza, ma non è stata ridotta la povertà e la forbice tra ricchi e poveri si è allargata. E´ aumentato il costo della vita a causa dello shock dei prezzi alimentari ed energetici.
In molte aree del mondo sono esplose tensioni e conflitti, pesanti gli effetti della crisi finanziaria, drammatici quelli dei disastri ambientali. Ora il vento sta cambiando. Crescono i pentiti della globalizzazione. Anche nel mondo sviluppato sono in molti a chiedere correzioni di rotta. C´è un fiorire di prese di distanza da questo processo che, privo di strumenti di regolazione, esercita una pressione insostenibile sulle condizioni di vita, sui diritti, sulle risorse di questo pianeta e spinge all´esasperazione i conflitti. Lawrence Summers, segretario al Tesoro dell´amministrazione Clinton, confessa pubblicamente di essere un pentito e chiede una strategia per ridurre disuguaglianze e insicurezze. L´economia internazionale, aggiunge, deve concentrarsi in tutti i Paesi sugli interessi dei lavoratori e non solo sulle priorità delle corporation. Il presidente tedesco Kohler ha affermato che i mercati finanziari sono un mostro che deve essere domato. Il Regno Unito, patria storica del liberismo, ha deciso una onerosa nazionalizzazione della banca Northern Rock, travolta dalla crisi dei mutui. Negli Usa la Federal Reserve evita il fallimento di Bear Stearns, che non è una banca ma una brokerage house speculativa. La salita vertiginosa dei prezzi delle materie prime e dei prodotti agricoli mette in ginocchio quella gran parte della popolazione mondiale che spende il proprio reddito per acquistare il cibo. Il processo di globalizzazione pone agli Stati-nazione domande nuove ma, allo stesso tempo, ha ridotto la loro capacità di intervento. Siamo ad una svolta? Forse sì. Giudico ogni ritorno al protezionismo una non-soluzione ed un peggioramento delle cose. Per me, la vera sfida sta nel mettere in campo strumenti di governo della globalizzazione, in modo che le grandi questioni da cui dipende il destino dei popoli e dell´ambiente siano affrontate e poi rispettate ovunque. E´ un banco di prova che non ammette rendite di posizione e dove tutti siamo chiamati a percorrere con decisione nuove strade. Noi lo sosteniamo dal 2001, dal primo meeting di San Rossore, anche se da molti fummo definiti dei visionari, nemici del progresso.
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