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30 Novembre: Festa della Toscana
Signor Presidente,
Colleghi Consiglieri,
Autorità presenti,
Signore e Signori,
il tema scelto per questa decima edizione della Festa della Toscana, “Arti, culture, futuro” parla direttamente di qualità e valori tipici della Toscana, parla di noi, o comunque di quello che ci piace o che vogliamo essere.
Tutti ci conoscono per essere terra di arte, di cultura, per il grande patrimonio artistico, architettonico, paesaggistico.
Ci sono al riguardo stime grandiose su quello che la Toscana rappresenta in materia di arte e cultura. La metà del patrimonio mondiale in Italia, di cui la metà in Toscana. Ossia il 25% del mondo intero!!
Non so quante queste cifre siano vere. Resta il fatto che una parte grande della nostra identità, della nostra storia e del nostro presente dipendono da e sono strettamente interconnesse all’arte ed alla cultura.
Ma se vogliamo stare coerentemente dentro il tema di oggi dobbiamo cogliere il nesso che c’è con il futuro, appunto. Come si connette la nostra storia di arte e cultura con l’idea che abbiamo del futuro, e con la consapevolezza che non possiamo certo vivere solo del nostro pur glorioso passato?
Credo che alcune possibili risposte siano intuitive, abbastanza semplici da descrivere, a partire dall’idea di valorizzazione economica del patrimonio culturale che abbiamo. Penso al turismo di qualità o al movimento finanziario e commerciale che può crearsi, se operiamo bene e con intelligenza, nella gestione attiva dei beni e delle attività culturali.
Oppure anche alla spinta per la ricerca, l’innovazione e le ultime tecnologie che origina la nascita di nuovi mestieri e di veri e propri settori economici nuovi. Ne abbiamo esempi di eccellenza, in tante parti della Regione, magari in imprese piccolissime o in servizi appena formatisi.
Ma c’è di più: al futuro dell’arte e della cultura si lega la qualificazione delle città e del territorio, il mantenimento e persino l’innalzamento della qualità della vita nei centri urbani storici e nel nostro paesaggio rurale o montano, anch’esso ricchissimo di valori culturali ed artistici.
Soprattutto io penso però alla conoscenza in sé stessa, alla cultura come fucina della coscienza, del sapere critico, della consapevolezza personale e sociale. Più che alle economie il futuro lo dovremo – credo – agli uomini ed alle donne, alla loro sapienza, al loro saper stare dentro i passaggi inediti che tutti ci aspettano, con dignità, con intelligenza, senza paura e senza fanatismi.
E qui il patrimonio di arte e cultura servirà molto, così come la memoria viva dei mestieri, del saper fare, della manualità operaia, artigiana, contadina che dovremo aiutare a non scomparire.
Aggiungo ancora un’annotazione sul tema di quest’anno. Si è scelto di usare i due termini al plurale: “arti” e “culture”. Credo ci sia un senso in questa dicitura. Ossia la consapevolezza di non poter fermarsi a ciò che già sappiamo e siamo.
Leggo in questi due plurali la coscienza di dover cercare nuove idee, nuovi spunti per poter fronteggiare in modo efficace le prove grandi e dure che ci aspettano, i tempi nuovi.
Le conoscenze accumulate nella nostra storia, pur importanti e cospicue, non sono sufficienti. Lo sappiamo, e più lo sappiamo più è facile che ce la caviamo.
Occorre guardare oltre. Dentro la nostra stessa cultura, ai temi nuovi che ci vengono – ad esempio – dall’esperienza delle donne, o dalle nuove frontiere della scienza, della comunicazione, dell’etica. Ci sono sterminati mondi sconosciuti con cui dobbiamo familiarizzare,
Ma bisogna misurarci anche con altre culture, altre esperienze di vita, altre concezioni religiose, etiche, valoriali. In tempi di così forte mobilità delle persone, spessa generata da tragiche esperienze di dolore e di miseria, non esiste via di arricchimento umano fuori dalla strada del dialogo culturale, del confronto umanissimo con le culture dell’immigrazione o della solitudine. Nelle mille forme in cui essa si manifesta.
Ecco dove possiamo trovare i semi del nostro futuro: nella coscienza della pluralità delle culture e delle arti, e nella capacità di vivere bene il confronto. Per dirla con una sola frase, sommaria ma chiara: chi si chiude è perduto. Soli che si apre al mondo e al dialogo può farcela.
Insomma, io penso che una comunità che fa leva sulle arti e sulle culture ha chances vere per il futuro. E deve scommetterci davvero. La cosa non deve apparire bizzarra o vista come una contraddizione in momenti come questi, ove la crisi economica e sociale grave ci spinge quotidianamente a ribadire il valore strategico della manifattura, dell’industria, del concreto manifestarsi della priorità del lavoro e dell’impresa.
Non dovremo mai scegliere in Toscana tra manifattura e cultura, tra arte e industria, perché abbiamo bisogno di tutte e due e perché le due cose sono anche strettamente legate. Lo abbiamo detto in tante occasioni, non credo necessario ripeterlo diffusamente oggi.
L’importante è non dimenticarlo mai e portare la nostra riflessione e la nostra azione al punto di massima e più efficace sintesi. La Festa della Toscana di oggi è una ottima occasione per ricordarcelo e per stimolarci a fare sempre meglio in questa direzione.
Sig. Presidente,
Colleghi Consiglieri,
nel decennale della Festa della Toscana è quasi d’obbligo una riflessione sul significato attuale di questa manifestazione che ogni anno celebra l’abolizione della pena di morte avvenuta il 30 Novembre 1786 ad opera del Granduca di Toscana.
Per me questo decennale ha peraltro un valore particolarmente emozionante, essendo questa l’ultima Festa della Toscana cui partecipo in quanto membro di questo Consiglio e del la Giunta Regionale.
Consentitemi alcune brevi riflessioni su una Festa che, anno dopo anno, ho imparato ad apprezzare ed a vivere come grande occasione di crescita culturale collettiva.
Fin nel testo della legge che la istituisce si è dichiarata l’intenzione di approfondire la riflessione e l’iniziativa sulle radici della pace e della giustizia, di valorizzare la memoria, di attingere al patrimonio di diritti e di civiltà che nella nostra regione ha trovato un radicamento profondo, un orientamento per il futuro, oltre che un lascito del passato.
La cancellazione della pena di morte come esaltazione dei diritti, insomma, non solo come negazione della barbarie.
Se riflettiamo su quanto sia sempre più importante il ruolo dei diritti umani nel panorama internazionale e su come tutta la politica sia in qualche modo “costretta” a farci i conti ad ogni piè sospinto, spesso con contraddizioni forti e stridenti, dobbiamo concludere che le motivazioni di questa “Festa” sono quanto mai attuali nella realtà e nella vita del nostro tempo.
La spinta all’abolizione completa della pena di morte in tutto il mondo è infatti un propellente formidabile per portare in primo piano, oltre alla difesa sacrosanta della vita, i temi della qualità e della dignità dell’esistenza umana e quelli dei diritti della persona considerati come motore di una crescita economica sostenibile e duratura, fondata su bisogni reali e ancora largamente insoddisfatti e su un rapporto non conflittuale con il nostro pianeta e le sue risorse.
Anche la ‘’Dichiarazione del Millennio’’ delle Nazioni Unite segnala come obiettivi centrali la necessità di un forte sviluppo economico, di un partenariato mondiale nel settore industriale e finanziario, nelle tecnologie avanzate, nell’informazione, nella comunicazione e nella cultura.
Lo sviluppo è lo strumento principale per combattere in maniera efficace la povertà e la fame in tutto il mondo. Solo l’affermarsi di una visione complessiva in grado di investire non solo la produzione, ma gli ambiti dell’istruzione, dell’arte, della scienza, della ricerca e della cultura – e qui ritroviamo il tema di oggi – può sospingerci verso questo traguardo.
Questa conclusione che può sembrare viziata di utopismo è invece una strada obbligata. Quando questa crisi economica planetaria sarà giunta alla sua conclusione l’assetto del mondo potrebbe essere anche molto diverso da quello che abbiamo sperimentato negli anni recenti.
Questo cambio di panorama potrebbe, paradossalmente, vedere i “diritti umani” come agnello sacrificale sull’altare di una ripresa economica che non voglia fare i conti con le contraddizioni e gli errori che hanno portato alla crisi mondiale; partita in ambito finanziario si è rapidamente trasformata in crisi economica, occupazionale, sociale, di consumi.
Noi dobbiamo evitare questa spirale negativa e proporre un progetto praticabile di uscita dalla crisi che introduca i correttivi necessari per non tornare indietro, avviando invece una fase nuova. Bisogna aprire le finestre del mondo, far uscire l’aria viziata e far circolare aria nuova e salubre, anche se qualcuno magari sarà scontento perché a quell’aria viziata si era abituato.
Bisogna perseguire lo sviluppo congiunto dell’economia, dei diritti e della cultura per spezzare il circolo vizioso della mancata crescita, della discriminazione, della povertà e dell’ esclusione, in nome di quel mondo più giusto e civile al quale si sono votati tanti figli della nostra Toscana.
Un pensiero voglio dedicare oggi anche al nostro orizzonte europeo, essendo che domani entrerà formalmente in vigore il Tratto Costituzionale europeo, il cosiddetto Trattato di Lisbona, lungamente atteso e sofferto. Il progetto europeo è cresciuto negli anni passati su due certezze: la pacificazione tra i popoli del nostro Continente dopo i trascorsi terribili dei conflitti del XX secolo e la crescita delle opportunità e del benessere per i cittadini ed i territori dell’ Europa, entrambe favorite e “spinte” dalla progressiva integrazione politica ed economica dei Paesi membri.
Oggi anche questi due fondamenti vacillano ad opera di quell’insieme di fenomeni di portata storica che abitualmente definiamo come “globalizzazione”.
Viviamo in un mondo dove benessere e sviluppo sono interdipendenti e dove l’accelerazione degli scambi ha accresciuto la ricchezza ma ha aggravato le disuguaglianze, amplificando il fenomeno delle migrazioni.
La crisi dello Stato-nazione ripropone la necessità di nuovi ordinamenti internazionali ma anche l’urgenza di ridefinire i contorni della sovranità, della rappresentatività, del ruolo della politica e degli strumenti che rendano efficace e quindi credibile la nostra democrazia.
Se non vogliamo che prevalga la logica del più forte occorre affermare un sistema dei diritti umani che divenga parte fondante del nuovo ordine mondiale. Guerra e povertà ci parlano di un mondo dove la negazione dei diritti è estesa, radicata e perdurante e di una battaglia che è tutt’altro che vinta. Questo è il compito fondamentale per i prossimi anni.
In Toscana siamo decisi a tenerci stretta la lezione del passato ed il filo che abbiamo costruito tra storia e memoria, prezioso per guidare i passi del nostro percorso di domani.
Oggi dobbiamo affrontare l’emergenza della disuguaglianza che è la questione fondamentale di questo inizio secolo, insieme a quella della pace. La lotta sistematica alla povertà è un valore in sé ma, al tempo stesso, ha anche i caratteri di strumento attivo ed efficace per la costruzione della pace.
Se si abbandono il Pil come misuratore di ricchezza e si adottano altri indici di benessere, si scopre che nei paesi più ugualitari la qualità della vita è migliore. Una maggiore uguaglianza diminuisce lo stress sociale, non solo per chi sta in basso, ma per tutti.
Aggredire questo problema delle disparità sociali è oggi la vera priorità: lo è perché così si può rilanciare una crescita sana, più equilibrata, non fondata sull’economia del debito; lo è perché così si possono combattere molte malattie sociali che ci affliggono.
Signor Presidente, colleghi Consiglieri,
la Toscana orienta il proprio operato tenendo fermi questi obiettivi e la “Festa della Toscana” mette a fuoco ogni anno una parte di quell’ampio mosaico che costituisce il nostro patrimonio di valori.
C’è qui un grande spazio per l’iniziativa delle Regioni chiamate a confrontarsi in diretta con il processo di mondializzazione. Noi Regioni possiamo essere un grande spazio pubblico della democrazia e della partecipazione, dove i territori ed i cittadini abbiano voce in capitolo, un organismo vivo e vitale che coltiva speranze non ordinarie anche in tempi di crisi.
Uno dei temi su cui abbiamo posto una ricorrente attenzione e che emerge da tante nostre iniziative è quello della valorizzazione della nostra Costituzione, della sua modernità e delle potenzialità del testo fondamentale.
La nostra Costituzione proclama l’uguaglianza e l’universalità dei diritti dell’uomo; riconosce ad ogni persona bisogni insopprimibili e diritti inalienabili; concepisce istituzioni fondate sulla divisione e l’articolazione dei poteri; affida allo Stato compiti attivi nell’affermazione dei diritti.
Soprattutto la Costituzione garantisce il diritto di ciascun individuo ad ottenere dallo Stato il riconoscimento e la difesa delle proprie libertà, che sono inviolabili. E’ una conquista decisiva, che vuol contribuire a mettere la parola “fine” alle tragedie del Novecento.
Per impedire il ritorno a quel passato di distruzioni e di lutti si è lavorato, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, alla costruzione di dighe contro il razzismo ed il genocidio; basti pensare alle Carte internazionali a tutela dei diritti umani. Erano e restano ancora oggi le nostre assicurazioni contro le ideologie omicide e liberticide che circolano nel mondo.
Voglio concludere proprio con questo tributo alla nostra Costituzione, che considero peraltro – anche per la bellezza del suo testo – un’opera d’arte e di cultura, e così siamo più che mai in tema.
La Costituzione repubblicana rimane una straordinaria opportunità per ulteriori conquiste civili, nonostante le difficoltà del nostro tempo e la complessità dei problemi.
Potremmo dire che la Costituzione repubblicana è anche la conclusione ideale di un lungo percorso iniziato il 30 Novembre 1786, che ha portato l’uomo ed i diritti fondamentali al centro della vita pubblica.
Ai giovani della nostra regione, nel decennale della “Festa della Toscana”, affidiamo il compito di esprimere con le parole giuste e con le proposte adeguate il bisogno insopprimibile di libertà e di dignità che ogni essere umano porta con sé e che la politica deve interpretare al meglio per assolvere il proprio ruolo e la propria funzione al servizio dell’uomo.
Anche per poter esprimere al meglio il potenziale di creatività e di innovazione che questa regione non mancherà di far valere nelle sfide del futuro.
A tutti noi, e a tutti coloro che opereranno in nome della Toscana nei prossimi anni auguro di tutto cuore di essere all’altezza del compito e delle aspettative. E di esserlo in senso ampio: per entusiasmo, per intelligenza, per onestà e, ovviamente, anche per arte e per cultura.
Buon futuro alla Toscana, a tutte le toscane ed a tutti i toscani, ed a tutti coloro che vivono in Toscana.
Buon futuro a tutti noi.
Claudio Martini
(discorso pronunciato in Palazzo Vecchio a Firenze il 30 novembre in occasione delle celebrazioni della festa della Toscana 2009)
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[Commento non moderato] 31 luglio 2010 alle 17:42
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